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C’è una stationwagon dentro al mio caffè

C'è una station wagon dentro al mio caffè

Amici ne ho tanti, forse un migliaio, forse di più. Credo di sapere tutto sul loro conto. Loro qualcosa di me la sanno sanno di sicuro. Mi è capitato di aver bisogno di loro. Oggi per esempio devo fare un trasloco, tanti amici e poi mi ritrovo da solo come un deficiente a portare giù un frigorifero e una lavatrice. Pagherò dei facchini. Dove li trovo dei facchini nel 2011? I google it. Mi sbaglio a dire che mi sento fortunato perché vien fuori un’officina meccanica il cui proprietario ha un cognome didascalico. Il signor Facchini. Provateci.

La realtà ogni tanto è pesante, è difficile stare in equilibrio con la verità. Questo equilibrio è molto più labile se devi ripetere la ricerca dei facchini dopo esserti sentito fortunato. Questa volta non mi sento fortunato e la ricerca dà i suoi frutti. Dovrò pagare qualcuno perché nessuno dei miei mille amici, (forse di più) è qui ad aiutarmi.

Questa mattina mi sono alzato dal letto e non immaginavo che la giornata sarebbe stata così difficile. Traslochi, frigoriferi, lavatrici e ricerche di Facchini, anzi ricerche di facchini: la maiuscola dona alla parola l’importanza di un cognome. Insomma ci siamo capiti.

Sarà un altro giorno e poi un altro. E’ tutto così veloce da scapparti via di mano.

Poi non so se mi crederete ma lo sapevate che stamattina c’era una stationwagon dentro al mio caffè?

Devo andare a convivere, ecco perché trasloco… Quanto pesa a volte la felicità: sembra un lusso che ad ogni grammo ti schiaccia giù. Specie se la felicità assume la forma di un trasloco che rischiava di iniziare senza nessuno pronto ad aiutarti.

Ecco hanno citofonato. Saranno i facchini. Di certo nessuno dei mille o forse più che mi viene a trovare.

E’ umano alzarsi dal letto ignari che la vita è un Safari.

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Cervello Clone #26

Un tornado si è abbattuto su Joplin, Missouri, nella notte di domenica, buttando giù un ospedale e uccidendo decine di persone in tutta la città. In Texas, uffici locali e ospedali stanno ricevendo chiamate di persone sotto l’effetto di un nuovo farmaco chiamato “sali da bagno”. Il farmaco è imballato e si presenta come comuni sali da bagno, tuttavia questo tipo particolare contiene una sostanza altamente pericolosa simile a quella contenuta nella fenciclidina. Joseph Brooks, il compositore premio Oscar di “Tu accendi la mia Vita” (“You Light Up My Life”), che era in attesa di processo per stupro, è stato trovato morto domenica per un apparente suicidio nel suo appartamento di Manhattan. L’ex compagno di squadra di Lance Armstrong, Tyler Hamilton, sostiene che il ciclista americano avrebbe usato EPO e condotto una sorta di campagna promozionale pro-doping nel tentativo di vincere il Tour de France nel 1999. Bernard Hopkins, battendo a Montreal il canadese Jean Pascal, a 46 anni è il nuovo campione del mondo di pugilato dei medio-massimi WBC più vecchio di sempre.

Mi vengono in mente poche cose, senza senso logico nè, ovviamente, una continuità di pensiero. Bene. Provo a giocarmi l’unica carta disponibile che è quella del parlare di niente. Niente di speciale, niente di normale.
Quindi.
Chiudo.

Senza considerare che poi ho davvero l’impressione che le parole non contino. Mi sono ritrovato ad esempio dopo anni di ascolti continui a non sapere a memoria manco mezza strofa di “Alive”. Le parole dico, è come se il mio orecchio autofiltrasse e prendesse per dei costrutti sonici a sè stanti quello che in realtà è un’espressione di un concetto, un qualcosa che in un certo senso dovrebbe riproporsi sottoforma di linguaggio. Hanno un bel suono, quindi perchè soffermarsi a capirle?

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Cronache da palco

Una delle cose più singolari ed al contempo eccitanti del lavoro (hobby?) del musicista è il clima che c’è alle venues dei concerti prima di iniziare a suonare.

Arrivi al luogo del concerto, la famosa venue di cui parlavamo nella prima frase qui sopra. Scarichi gli strumenti. Fatica. Di solito in questa fase piove. A consolarti ci sono gli altri che sono appena arrivati e c’è Rick che ti stende subito con una delle sue battute con dentro i giochi di parole. Entri nel locale sghignazzando. Presentazione professionale, non c’è che dire, del resto sei un musicista, mica uno che lavora sul serio.

C’è da fare il soundcheck: “alzami la voce in spia per favore” – “ehm… qualcuno mi dice dove collego questo?” – “ma quanti cavolo di effetti avete?”. Il cantante non si “sente”. I cantanti non si sentono mai. Steve è il cantante.

Il palco ha un suo odore, lo sapevate? Un misto di muffa e bachelite bruciata, più altri odori a metà fra le lampade alogene, il caffè, la birra e il sudore.

Le luci… avrò caldo qua sotto, certamente mi dimenticherò di stare mezzo metro più lontano da questo faretto delle balle durante il concerto. Il fonico mi avvicina il microfono: “così puoi stare comodo e usare la pedaliera mentre canti”. Non la uso mentre canto ma in effetti sono più comodo.

Il soundcheck ti lascia perplesso, senti tutti gli strumenti lontanissimi, altro che sala prove di tre metri per tre, in più hai la netta sensazione che il fonico non abbia capito nulla di ciò che dovrai suonare… Non c’è il pubblico, il locale è tutta una riflessione di suoni. Le cose cambieranno quando ci saranno le persone, ti dici. Te lo dice anche il fonico. Se lo dice lui c’è da fidarsi. Le spie sono avvolgenti ed è tutto ovattato. Meglio: sentire troppi acuti in un monitor dà solo fastidio.

Finito il soundcheck vai a farti una birra con i tuoi soci, fai amicizia con gli altri musicisti, mangi una schifezza (“che suonare a stomaco vuoto proprio non se ne parla”) e scherzi con il fonico (uno simpatico c’è sempre, strano a dirsi), nella speranza che ti prenda in simpatia e il FOH mix sia ben fatto durante lo show.

Il fotografo, Paolo, cerca di capire dove si può mettere per fare qualche scatto decente. Il locale sarà pieno, oggi c’è il sold-out e le transenne sono troppo vicine al palco per riuscire a ficcarsi lì in mezzo. Paolo ci sa fare e va a parlare con la sicurezza.

Ti cambi nel backstage. Camicia bianca pulita, jeans neri attillati. Berrettino inglese di lino. Anche gli altri si cambiano.

Tra un bicchiere di vino, una risata e un vocalizzo di riscaldamento di Steve, arriva la famosa frase “sono le dieci, tocca a voi”: yeah! E’ arrivato il momento in cui sali sul palco, le ginocchia tremano leggermente ma arrivi al tuo posto molto velocemente, jack nella chitarra, controlli se il microfono è sempre al suo posto (oppure jack nel basso, oppure ti siedi col drumkit davanti, oppure ancora ti piazzi davanti al microfono e lo impugni come un trofeo anche se lo lasci sul suo stand). Chissà se mi ricorderò tutte le progressioni. E i cambi? Posso sempre guardare Max. Max non sbaglia. Max è il batterista.

Senti il brivido freddo dell’adrenalina ed il mondo ai tuoi piedi. Sì perché il pubblico è due metri più basso di te.

Per mezz’ora sei due metri più vicino al cielo del tuo pubblico, mica è una roba da poco conto, questa.

Per mezz’ora per chi ti guarda sei leggermente più importante del pensiero su dove ha parcheggiato, anche questa non è una roba da poco conto.

Guardo Steve, mi sorride sornione e ci presenta, il microfono davanti a lui ondeggia… Ha anche fotografato il pubblico con il telefono. La cosa è piaciuta, il pubblico si è messo in posa andando in delirio. Bella gente, il pubblico, they’re nice people aren’t they, Steve?

Max parte con il ritmo d’apertura. Le chitarre sono accordate.

Trick trick stoppato sulle corde della chitarra per vedere se suonerà nel momento in cui dovrò suonare il SI di Che fai, dormi?, poi riporto a zero il volume della chitarra con il pedale.

Che fai, dormi? L’ha composta Ray. Poi Max ci ha messo su un testo. Ray è il bassista. Max è il batterista ma questo l’ho già detto. Sono nervoso, si vede anche dalla lunghezza delle frasi che sta diminuendo. Max è anche uno scrittore ma questo non l’avevo ancora detto. Che fai dormi? l’ho arrangiata registrandola con Reaper alle due di notte in una sera di marzo con le cuffie.

Mentre penso a queste cose, due battute se ne sono andate. Otto quarti o se preferite, sedici ottavi, sono finiti.

Rick è tutto concentrato, so dov’è perché le meccaniche della sua chitarra luccicano. Rick sa tutti gli accordi, un po’ come Guitar George di Sultans of swing: “You check out Guitar Rick, he knows all the chords”.

Le luci adesso sono tutte accese. Il palco brilla.

Altre quattro battute di Max sono ormai nella storia e hanno trafitto i muri del locale da qualche secondo disperdendosi per strada.

Mi asciugo le mani sudate sulle tasche posteriori dei jeans. Cerco il plettro.

Ray ride tutto gasato e guarda Max.

Altre due battute ormai sono storia.

Accelero sul pedale del volume, la mano destra è rigidissima. Si scioglierà, penso.

Fill-in di Max.

Il primo accordo esce fuori benissimo, ora c’è da fare un MI.

Adesso è Rock.

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concerto hma

Onu44 live@Hiroshima Mon Amour – Torino 12/05/2011.

Non ho molto da dire se non un enorme GRAZIE ai Modena City Ramblers e, soprattutto, al loro fantastico pubblico:

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Guardami

Osservo una notte e dei volti che la animano. Individui: sembrano catartici, fantasmi cocciuti, macchine radiocomandate. Ma dove andranno? Come ci arriveranno? – “I light my torch and wave it for the New Moon on Monday…”
Hanno detto loro di farlo, e loro lo fanno.
Hanno spiegato loro come farlo, e loro lo faranno.
Hanno addestrato loro per poter spiegare i motivi dietro a quello che fanno. E loro non hanno imparato. Il controllo agisce senza distinzioni politiche, questo va compreso. Coloro che spinti da un’irrefrenabile voglia di agire per conto di un’idea, sono inconsapevolmente vittime delle persone dietro quell’idea, controllati, ammansiti e governati.

La vera liberta’ sta nell’immaginazione, nella fantasia e nella stupidita’.

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Ascesa del Metatron

Attendo il panico e tento di controllarlo. E’ un’operazione delicata; il ferro batte sotto la giacca, scandendo ogni passo, come una mano che petulante ricorda ogni movimento, ogni spostamento di attenzione.
Sono pronto a estrarre; e con me anche S.
Sappiamo quando agire. Tra le balaustre di marmo caldo, enormi e imponenti, la gente si muove disordinata. Confonde, è un impiccio.
E quello è sicuramente John Wayne. Lo vedo camminare lento sul granito grigiastro, i suoi passi rimbombano come tuoni, è armato, lo si capisce lontano un miglio ed è qui perchè qualcosa comincia a modificarsi nello spazio e nel tempo, credo per il semplice fatto che siamo qui. Mi metto a creare strane forme geometriche con la mano sinistra, la magia richiede semplicità di movimento, cautela, forza e argomentazioni. La pistola ne spara alcune molto utili. Al poligono mi sono esercitato con il colpo “indurre al dibattito”, come spesso mi è capitato di spararne della precisa “spiegare Stipe nel verso giusto”, inutile ma divertente.
Per questo siamo armati. E per il resto ci si affida alla prestidigitazione.
A quel punto io e S. vediamo l’obiettivo: il bottone della giacca del facchino dell’albergo. Ruoto la mano, messa ad uncino, in senso antiorario, come se stessi aprendo un rubinetto. “Taylor”, richiamo del sarto, nella persona di John Taylor.
S. si strappa via l’unghia finta che diventa chiave, e precisamente la chiave di basso. Si stacca il bottone e si apre la porta. Ci siamo. Il varco è pronto. Il Medioevo vi scaturirà di nuovo attraverso.

Fu un lavoro di straordinario impatto visivo, non c’è dubbio.

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